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Il Mostro di Ravenna, l’araldo di una sciagura imminente

23 Luglio 2019 Categoria: Italia

“Al dì 8 marzo. Come in Ravenna è nato di una monaca et un frate un mamolo a questo che te scrivo. Haveva la testa grossa, con un corno nella fronte et una bocca grande; nel petto tre lettere: XYV, con tre peli allo petto; una gamba pelosa con una zampa de diavolo, l’altra gamba de homo con un occhio in mezzo alla gamba. Mai homo se recorda simile cosa”

Con queste brevi ma incisive parole, il cronista Sebastiano Tedallini descrive l’orrenda creatura che sconvolse l’Europa del XVI secolo: il Mostro di Ravenna.

 

La leggenda del Mostro di Ravenna

L’8 marzo 1512 la città fu sconvolta dalla nascita di una creatura deforme, destinata a portare con sé calamità e sciagure. Il Mostro di Ravenna era frutto dell’unione blasfema tra un frate e una suora, concepito nel peccato e corrotto ancor prima di vedere la luce.

Mostro di Ravenna
La celebre xilografia di un anonimo tedesco

L’aspetto era davvero sconvolgente: il volto leonino mostrava una bocca larga e un corno adunco al centro della fronte. Al posto delle braccia gli erano spuntate due ali da pipistrello, nere e minacciose come la notte. Sul petto spiccavano invece le tre lettere X, Y, V come marchiate a fuoco sulla carne tenera. Le gambe erano una peggio dell’altra: la destra bestiale con la coscia ricoperta di squame e il piede simile alla coda di un pesce (o di un rapace). La sinistra aveva l’aspetto umano, se non fosse per l’inquietante terzo occhio incastonato nel ginocchio, che si muoveva in continuazione. Come se non bastasse, la creatura era anche ermafrodita, cioè possedeva gli organi genitali di entrambi i sessi.

Mostro di Ravenna
La versione di Ulisse Aldrovandi

L’apparizione del mostro sconvolse tanto l’opinione pubblica da costringere Papa Giulio II a intervenire. Egli ordinò che la ripugnante creatura fosse separata dai genitori, condotta nel bosco e lì abbandonata alla volontà del Signore.

La notizia si diffuse in un baleno, oltrepassando le mura di Ravenna ed espandendosi a macchia d’olio su tutta Europa. L’evento nefasto rimbalzò in ogni angolo del continente, stuzzicando la fantasia della gente e suscitando una morbosa angoscia. L’aspetto del mostro assumeva caratteri diversi a seconda delle bocche che lo narravano o l’inchiostro che lo descriveva. Si diffusero così stampe, disegni e rappresentazioni del Mostro di Ravenna veicolati da cronache, annali e testi eruditi.

 

La Battaglia di Ravenna

La sciagura annunciata dalla nascita del mostro non tardò ad arrivare.

Pochi mesi dopo, l’11 aprile 1512 (giorno di Pasqua), sulla città si abbatté una delle battaglie più sanguinose e violente dell’Età Moderna. Francesi ed Estensi capitanati da Gaston de Foix si scontrarono con la Lega Santa composta da Spagna, Venezia eStato Pontificio.

Battaglia di Ravenna

Per la prima volta nella storia delle guerre d’Italia fu impiegata l’artiglieria pesante; i terribili cannoni del Duca di Ferrara Alfonso d’Este misero in ginocchio Ravenna, costringendola alla resa incondizionata.

L’esito dello scontro fu devastante: in una sola notte morirono circa 20.000 persone, compresi civili, donne e bambini. La battaglia di Ravenna segnò la svolta epocale in campo bellico, decretando la fine del codice cavalleresco in favore di una guerra “sporca” che non distingueva tra vittime civili e militari.

Al termine del massacro, tra le strade lastricate di sangue e cadaveri, i superstiti sentirono levarsi una risata sguaiata e diabolica: era il mostro che si prendeva la rivincita sulla città che lo aveva ripudiato, ebbro di dolore e sofferenza.

 

L’incarnazione del volere divino

Ogni epoca ha i suoi mostri, qualcuno fuori dall’ordinario cui addossare la responsabilità di tutti i mali della società. Anche il Mostro di Ravenna fu il classico capro espiatorio, cioè l’elemento impuro da espellere e respingere ai marigni della civiltà. Dopotutto la parola “mostro” sta a significare proprio la volontà di “mostrare” qualcosa, rendere esplicita la volontà divina.

Mostri e prodigi hanno la stessa discendenza e sono manifestazione del divino, che può assumere forme insolite o addirittura grottesche. Presagio positivo o segnale infausto, il prodigio è l’inesorabile che si palesa sotto sembianze insolite, bizzarre o inquietanti, insomma tutto ciò che sovverte l’ordine naturale.

Il Mostro di Ravenna era un ricettacolo di simboli, come il corno segno di superbia o i lineamenti felini metafora della prevaricazione del più forte. Le ali spettrali al posto delle braccia indicavano una chiara inclinazione malvagia, così come l’occhio incastonato nella rotula simboleggiava l’attaccamento ai beni terreni. E il sesso incerto? Chiaro segno di perversione e lussuria, che domande!

Battaglia di Ravenna
La Colonna dei Francesi

 

Dopo l’atroce battaglia nessuno vide più il mostro e di lui si persero le tracce. L’unico ricordo di quella Pasqua di sangue resta la Colonna dei Francesi, posta nel 1557 sull’argine del fiume. Si dice che proprio in quel punto il mostro fu avvistato per l’ultima volta.

Ancora oggi, nell’anniversario della carneficina, riecheggia una risata stridula e maligna mescolata a un sinistro sottofondo di cannoni. Chiudendo gli occhi, resistendo ai brividi di terrore, sembra di vedere il mostro scosso dall’isterica risata, mentre dall’alto delle mura spezzate osserva soddisfatto l’orgia di morte e violenza.

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