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Misteri di Roma “Castel Sant’Angelo”

27 Maggio 2019 Categoria: Italia

E lucevan le stelle,
Ed olezzava la terra
Stridea l’uscio dell’orto
E un passo sfiorava la rena.
Entrava ella fragrante,
Mi cadea fra la braccia.

O dolci baci, o languide carezze,
Mentr’io fremente le belle forme disciogliea dai veli!
Svanì per sempre il sogno mio d’amore.
L’ora è fuggita, e muoio disperato!
E muoio disperato! E non ho amato mai tanto la vita!
Tanto la vita!

È con quest’aria che il pittore Mario Cavaradossi rievoca la sua amata in attesa della propria esecuzione a Castel Sant’Angelo. Subito dopo Tosca entrerà in scena avvertendolo che sono salvi, ma se siete amanti dell’opera lirica saprete bene che non andrà a finire in questo modo.

Il maestro Puccini usa per una delle sue opere maggiori un luogo pieno di storia e di mistero, un luogo che risale a molto prima di ciò che l’aspetto estetico lascia supporre.

Castel Sant’Angelo è anche detto Mausoleo di Adriano. E con Adriano non si riferisce al nostro “Molleggiato”, ma proprio a QUEL Adriano, l’imperatore romano del II secolo D.C.

Nel 130 d.C. Adriano chiese la costruzione di un mausoleo funebre per se e la sua famiglia che venne terminato 9 anni più tardi.

Andando avanti nel tempo scopriamo che Castel Sant’Angelo prese il nome attuale quando nel 500 una pestilenza mise in ginocchio la città di Roma. Venne organizzata una grande processione a cui partecipò anche il papa Gregorio I. Quando la processione giunse nei pressi della mole Adriana il papa ebbe una visione: l’arcangelo Gabriele rinfoderava la sua spada. La visione fu presa come un segnale per l’imminente fine della pestilenza, ed infatti dopo poco questo fu ciò che avvenne.

 

Nei musei capitolini è tenuta ancora oggi una pietra dove vi si può scorgere un’impronta di piedi, che secondo la tradizione sarebbe quella lasciata dall’arcangelo al suo passaggio.

Nel XII secolo, poi, a ricordo di questo avvenimento, venne posizionata sullo spalto più alto del castello la statua di un angelo in atto di rinfoderare la spada.

La statua meriterebbe un articolo a se date le sue assurde vicissitudini. La prima, in legno, fu distrutta dagli agenti atmosferici. Poi fu la volta della statua in marmo che venne distrutta nel 1379 durante un assedio. Velocemente ricostruita fu distrutta nel 1497 da un fulmine che fece esplodere una polveriera del castello. Sostituita da un angelo in bronzo essa venne fusa nel 1527 per creare dei cannoni durante la discesa dei lanzichenecchi. Poi vi fu quella in marmo con ali di bronzo, presente nel cortile del castello, e infine nel 1573 fu posizionato l’angelo che oggi vediamo svettare dalle mura del castello.

Fu nel 400 che Castel Sant’Angelo divenne un fortilizio, ma le sue vicissitudini erano lungi dal terminare. Finì col trasformarsi in una caserma di cui famose furono le sue prigioni, dove molti personaggi illustri sarebbero stati incarcerati, tra questi il negromante Cagliostro.

 

Proprio nelle prigioni del castello si svolge la scena della Tosca con cui ho iniziato l’articolo, ma non solo, perché al buio di quelle celle è anche legata la storia di Beatrice Cenci.

Era il 1599 e Beatrice Cenci era una giovane nobildonna romana costretta a subire gli abusi del padre, perciò decise di assassinarlo con l’aiuto della matrigna e dei suoi fratelli. Ben due volte l’uccisione fallì, ma la terza volta il padre non ebbe scampo.

Stordito con dell’oppio essi prima gli spezzarono le gambe con un matterello e poi lo finirono colpendolo al cranio con un chiodo e un martello. Subito vi furono dei sospetti, e questi crebbero quando la lavandaia raccontò che le era stato ordinato di lavare delle lenzuola piene di sangue, che Beatrice aveva spiegato come dovuto alle sue mestruazioni.

La famiglia fu accusata di omicidio e divenne veicolo di una campagna contro la violenza dilagante a Roma.

L’11 Settembre 1599 ebbe luogo l’esecuzione di Beatrice assieme alla matrigna e al fratello maggiore. La folla venuta ad assistere era enorme, tanto che vi furono non pochi problemi. Il caldo torrido provocò varie morti per insolazione, altri furono calpestati dalla calca e qualcuno cadde nel Tevere, dove morì annegato.

Particolari di quel giorno si trovano nelle memorie del boia Mastro Titta, altro personaggio interessantissimo che sarà protagonista del nostro prossimo articolo.

 

Un testo ottocentesco riporta:

“Beatrice al pie’ del palco, baciò il Crocifisso, fu benedetta dal frate; e lasciate le pianelle, salita destramente la scala, lentissima arrivò al fatale ceppo; si collocò perfettamente da se inibendo con uno sguardo fiero al carnefice di toccarla per levarle il velo dal collo, che da se stessa gettò sul tavolato. Ad alta voce invocava Gesù e Maria attendendo il colpo fatale, passò però in questa orribile situazione alcuni istanti, perché il carnefice intimorito si trovò impacciato a vibrarle la mannaia. Un grido universale lo imprecava, ma frattanto il capo della vergine fu mostrato staccato dal busto, ed il corpo s’agitò con violenza.”

Moriva così la giovane Beatrice, ma si narra che ancora oggi, nelle notti particolarmente quiete, il suo fantasma vaghi sul ponte Sant’Angelo. Buona passeggiata amanti del mistero.

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